top of page

L'AGENCY

  • Immagine del redattore: Dott. Valerio Lenzoni
    Dott. Valerio Lenzoni
  • 20 mar
  • Tempo di lettura: 6 min

L’agency denota la capacità individuale di essere autori (e non solo “oggetti passivi”) delle rispettive esperienze e condotte attraverso il riconoscimento di opzioni, intenzioni, scelte e azioni, riconoscendosi come la causa diretta dei propri cambiamenti entro vincoli biologici, relazionali, culturali e situazionali. Da questo punto di vista l’agency non coincide con la “forza di volontà”, ma con un insieme di capacità che permettono di esercitare il controllo sulla propria vita in maniera graduale e contestualizzata.

Si tratta dunque della capacità di trasformare intenzioni in azioni, imparando dall’esperienza.


Gli elementi che costituiscono l’agency sono:

  • Intenzionalità: “che cosa desidero ottenere e perché?”

  • Scelta e pianificazione: valutare alternative, prendere una direzione e prevedere gli ostacoli.

  • Azione: passare dal pensiero al comportamento anche in presenza di emozioni difficili da gestire.

  • Monitoraggio: leggere segnali di progresso/errore (feedback) senza sfociare nella mera autocritica.

  • Correzione e apprendimento: aggiustare strategie, aggiornare convinzioni, ampliare il repertorio di azioni.


Il senso di agency rappresenta l’esperienza soggettiva di essere l’autore delle proprie azioni e dei relativi effetti nel mondo e non coincide unicamente con l’intenzione consapevole, bensì deriva dall’integrazione di più processi, inclusa la capacità del sistema nervoso di anticipare le conseguenze dell’azione e confrontarle con ciò che accade davvero nel concreto.

Quando previsione e feedback risultano coerenti, l’esperienza di essere agente tende a crescere e rafforzarsi.


I SISTEMI MOTIVAZIONALI INTERPERSONALI

I Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) rappresentano un insieme di sistemi biologicamente determinati che, quando si attivano, organizzano l’esperienza e il comportamento nelle relazioni verso una meta sociale specifica: ottenere protezione e vicinanza in condizioni di vulnerabilità (attaccamento); offrire protezione e cura a chi è vulnerabile (accudimento/caregiving); definire dominanza o sottomissione e conseguire l’accesso a risorse/riconoscimento (rango, con poli dominanza–sottomissione); coordinarsi tra pari per il raggiungimento di un obiettivo comune (cooperazione); costruire vicinanza e appartenenza al gruppo (affiliazione); avviare interazioni volte a rafforzare competenze sociali e regolazione emotiva (gioco sociale); cercare/formare/mantenere il legame di coppia e la sessualità (sessualità).


IL SISTEMA MOTIVAZIONALE ESPLORATIVO/DELL'AUTONOMIA

Il sistema motivazionale esplorativo riguarda la spinta a conoscere e padroneggiare l’ambiente tramite la curiosità, la ricerca di novità, la sperimentazione, l’apprendimento, la creatività e la costruzione di competenze attraverso prove concrete, portandoci a “provare” e fare esperienza diretta per ampliare le rispettive potenzialità e abilità. Sul piano evoluzionistico e neuropsicologico, questa tendenza può essere descritta anche come un sistema di “ricerca” che sostiene l’esplorazione verso stimoli e obiettivi.

Esplorazione e autonomia aumentano quando si percepisce una base sicura e la disponibilità e responsività delle figure di riferimento che, in caso di minaccia, ci consentono di tornare a ricevere le cure necessarie. Non dovendo monitorare inoltre la propria base, la sensazione di allerta si abbassa e si può di conseguenza investire risorse nell’apprendimento. La motivazione intrinseca e l’iniziativa autonoma, inoltre, crescono quando ci si rappresenta come autonomi e in grado di esplorare, valutando il sé come sufficientemente efficace.

L’esplorazione produce esperienze di padronanza e feedback realistici, rafforzando la percezione di poter influenzare gli eventi e costruire strategie efficaci, componenti centrali dell’essere agente di sé.


OSTACOLI PER LO SVILUPPO DELL’AGENCY

Alcune condizioni tendono a ridurre l’agency poiché trasmettono il messaggio che agire non serva oppure sia rischioso, come nel caso dell’overparenting/iper-controllo genitoriale: quando l’adulto interviene troppo o si sostituisce nell’atto di prendere decisioni, si riducono le opportunità di fare esperienza diretta e tollerare conseguentemente errori e costruire competenze.

Un ostacolo particolarmente incisivo è il controllo psicologico: l’autonomia viene “punita” tramite la colpa, la svalutazione, ritiro di affetto o intrusione nella vita mentale (“dovresti sentire/pensare…”).

Sussistono inoltre condizioni di sviluppo più gravi e disorganizzanti, come imprevedibilità

relazionale e traumi, che mantengono a lungo attivi i sistemi di protezione: in questi contesti

l’esplorazione diventa secondaria e l’azione può diventare ambivalente (mi avvicino/mi ritiro) o frammentata. A questo si aggiungono neglect affettivo (mancanza cronica di cure genitoriali e/o di affetto, di sintonizzazione, incoraggiamento e guida emotiva) che può ostacolare la costruzione di autostima e competenza, e l’accudimento invertito/parentificazione (il bambino “si prende cura” dell’adulto), che sposta il focus dai propri bisogni alla gestione dell’altro: si impara precocemente a essere efficaci per gli altri ma poco agenti per sé.

Questi fattori sono probabilistici e rappresentano una possibile predisposizione, non deterministici: non “producono automaticamente” bassa agency ma aumentano la probabilità che il ciclo agency → esplorazione → apprendimento si interrompa o diventi rigido.


LEGAME TRA AGENCY E ANSIA

Un legame frequente tra bassa agency e ansia passa dal controllo percepito: quando una persona sente di avere pochi strumenti atti a influenzare eventi importanti (o per gestire le proprie reazioni), il sistema di allarme rimane più facilmente attivo e diventa automatico affidarsi a strategie di protezione “rapide” come l’evitamento o la richiesta di protezione/rassicurazione costante. Quest'ultimo in particolare può generare comportamenti di dipendenza di varia natura.


Un possibile meccanismo, coerente con i modelli di apprendimento dell’ansia e dell’evitamento, è il seguente:

  • l’ansia segnala minaccia e spinge a evitare;

  • evitando, si fanno meno prove nel mondo reale;

  • facendo meno prove, si riducono apprendimento e competenza sperimentata;

  • diminuendo competenza e controllo percepito, l’ansia trova “conferme” (“non sono capace/ non posso gestirlo”).


La genesi potenziale dell’ansia e della richiesta di protezione/rassicurazione è il seguente:

  • l’ansia segnala minaccia e spinge a ricercare protezione/rassicurazione;

  • la vicinanza/protezione/rassicurazione produce sollievo temporaneo e quindi riduzione dell'ansia;

  • il rinforzo positivo del comportamento produce assuefazione e l'incapacità di trovare altri strumenti utili per migliorare il proprio stato mentale;

  • la ricerca di protezione/rassicurazione diventa l'unico strumento efficace e si possono verificare dipendenze di vario genere.


L’evitamento è spesso negativamente rinforzato: nel breve termine riduce l’ansia e quindi appare efficace; nel medio-lungo termine, però, impedisce di raccogliere evidenze correttive (esperienze in cui scopro che posso tollerare, gestire o risolvere) e mantiene sia l’ansia sia la sensazione di scarsa agency.

Quando l’agency è fragile si tende a delegare l’essere agente a qualcun altro: ricerca di

rassicurazione, dipendenza decisionale, bisogno di “garanti” esterni (partner, familiari, terapeuta) possono aiutare nel breve termine ma vanno a consolidare l’idea implicita per cui “da solo/a non ce la faccio”, alimentando, come detto, circoli di ansia, dipendenza e dinamiche di ansia di separazione.


LEGAME TRA AGENCY E UMORE DEPRESSO

La perdita di controllo percepito e di iniziativa orientata a obiettivi può generare un

abbassamento del tono dell’umore, portando anche a episodi depressivi. Quando si crede di non poter influenzare ciò che conta (o di essere poco autorizzati a farlo) gli ostacoli vengono percepiti come “insormontabili”, riducendo i tentativi e scivolando in un assetto di rinuncia.


Un possibile meccanismo di mantenimento è il seguente:

  • davanti a difficoltà o stress, si tende ad anticipare il concetto: “non posso farci molto”;

  • si riduce l’azione (rinuncia, procrastinazione, ritiro sociale) per risparmiare energia o evitare frustrazione;

  • si compiono meno azioni, diminuendo sia le esperienze di competenza (“posso riuscire”) sia le occasioni gratificanti (interessi, contatti, risultati);

  • con meno gratificazione e meno “prove di efficacia”, l’umore scende e la sensazione di impotenza trova conferme (“non cambia nulla”). Questo è coerente con i modelli di helplessness/controllabilità: la ripetuta esperienza di mancanza di controllo può ridurre motivazione e iniziativa, favorendo quadri depressivi.


Alcuni processi cognitivi tipici dell’umore depresso come la ruminazione (processo perseverativo focalizzato che si concentra sul pensare in maniera ridondante a problemi, eventi negativi, condizioni di malessere e altro) tendono a consumare risorse e a peggiorare il problem solving, riducendo ulteriormente l’agency.


HELP REJECTING COMPLAINING

Con help-rejecting complainer (in italiano potremmo intendere: “chi chiede aiuto ma lo rifiuta”) si descrive un pattern interpersonale in cui la persona lamenta problemi e sofferenza sollecitando supporto o soluzioni per poi rispondere sistematicamente: “sì, però…”, invalidando o svalutando l’aiuto offerto e lasciando in chi cerca di aiutare un senso di frustrazione e impotenza proprio perché l’interazione resta centrata sulla lamentela più che su un reale lavoro di soluzione, secondo una forma di helprejecting complaining: la lamentela sembra chiedere aiuto, ma contemporaneamente veicola ostilità/risentimento attraverso il rifiuto delle proposte. La funzione psicologica, in questa lettura, è duplice: da un lato tenere l’altro “agganciato” tramite la richiesta esplicita di supporto e dall’altro evitare la vulnerabilità della dipendenza e scaricare indirettamente rabbia e delusione (“nessuno mi aiuta davvero/niente è abbastanza”).

Il legame con un basso senso di agency risiede nel fatto che, a livello “esplicito”, la persona appare incapace e poco disponibile nel riconoscere margini di scelta e sperimentare azioni correttive: il problema viene percepito come insormontabile e fuori controllo e ogni via d’uscita viene respinta, consolidando un’esperienza di impotenza e di scarsa efficacia personale. Esiste, nel contempo, una forma di agency “implicita” nel modo in cui l’interazione viene governata (ad esempio mantenere la relazione su un piano di richiesta-rifiuto), ma non è un’agency orientata a obiettivi di cambiamento quanto una strategia di protezione relazionale e regolazione emotiva.


bottom of page